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LA SERATA DEL PDCS PARTE DA UN FUTURO GIÀ DECISO, MA I CITTADINI QUANDO POTRANNO SCEGLIERE?

C’è una contraddizione che non può passare inosservata nella serata organizzata dal PDCS nell’ambito della Festa dell’Amicizia e dedicata all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, dal titolo San Marino dopo la firma dell’Accordo con l’Unione Europea – Un modello economico in prospettiva europea, con nuove infrastrutture e innovazioni tecnologiche, alla quale avremmo avuto piacere di dire la nostra, perché crediamo nell’importanza del confronto.

Si parla già di “dopo la firma”, di un nuovo modello economico e delle opportunità che l’integrazione europea dovrebbe portare a San Marino. Ma la firma non è ancora avvenuta e, soprattutto, resta aperta una questione fondamentale: quale sarà il ruolo dei cittadini in una scelta destinata a incidere profondamente sul futuro della Repubblica?

Parlare di nuove infrastrutture, innovazioni tecnologiche e crescita è certamente legittimo. Ma una discussione seria dovrebbe partire anche da alcune domande che riguardano direttamente le responsabilità della loro politica: perché negli anni si è consapevolmente impedito di realizzare un progetto organico di sviluppo economico e tecnologico del Paese? D-ML aveva avviato quell’importante lavoro nella scorsa legislatura, ma evidentemente aveva il difetto di essere stato proposto da un partito che non era il PDCS.

Perché il negoziato europeo è stato portato avanti senza che, parallelamente, venisse definita una chiara strategia nazionale di sviluppo? E perché oggi, a fronte di un Accordo ormai prossimo alla firma, San Marino non dispone ancora di un vero e proprio piano di implementazione? Perché il Governo non spiega dove intende trovare le risorse economiche per far fronte alle spese cui sarà necessario far fronte a livello di impatto sul sistema?

Noi sosteniamo che serva un piano che indichi con chiarezza obblighi, costi di adeguamento, effetti sul sistema economico e finanziario, risorse necessarie e tempi con cui i benefici potranno concretamente arrivare a cittadini e imprese. L’Accordo con l’UE non è infatti semplicemente un’opportunità commerciale: comporta un processo di progressiva integrazione nel mercato unico, con l’adozione di regole europee e nuovi meccanismi di adeguamento e controllo. Proprio per questo San Marino avrebbe bisogno di una strategia nazionale chiara e verificabile, non di una comunicazione concentrata esclusivamente sulle opportunità e sui possibili vantaggi.

Ma la questione più importante rimane quella democratica: dov’è il referendum?
DOMANI – Motus Liberi ha sempre sostenuto la necessità di una consultazione preventiva, informata e realmente libera, prima che l’Accordo produca effetti difficilmente reversibili.
Un referendum dopo due o tre anni di applicazione, come qualcuno sta ora ipotizzando, sarebbe profondamente diverso: nel frattempo l’Accordo sarebbe già entrato nella vita economica e istituzionale del Paese, sarebbero stati sostenuti enormi costi, adottate migliaia di nuove norme e compiute scelte difficilmente reversibili. Chiedere a quel punto ai cittadini se condividano la scelta rischierebbe di trasformare il referendum in una ormai obbligata legittimazione a posteriori di una decisione già sostanzialmente assunta.

E qui emergono alcune domande alle quali la politica dovrebbe dare risposte chiare.

Se, come sostengono il PDCS e la maggioranza, oggi un referendum abrogativo o confermativo sull’Accordo non sarebbe possibile perché riguardante un trattato internazionale, in base a quale presupposto giuridico sarebbe invece possibile svolgerlo fra due anni senza una modifica normativa? E se una modifica normativa è possibile tra due anni, perché non sarebbe possibile ora?

E ancora: se l’esito del referendum del 2013 viene considerato sufficiente (maggioranza dei “SI”, anche senza quorum), come è stato recentemente sostenuto da autorevoli esponenti del PDCS, come si intende dare seguito a quanto previsto da quella stessa consultazione, che già prevedeva e contemplava, al momento della ratifica finale (UDITE, UDITE!) un referendum confermativo di iniziativa consiliare?

Da ultimo, se il referendum preventivo – come sostenuto da altri ancora – non è necessario perché riguarda “solo” un accordo di associazione e non una vera e propria adesione, perché invece il Governo di Andorra lo prevede ed il nostro, invece, non lo vuole?

Sono domande tutt’altro che secondarie. Perché sulla democrazia non possono esistere interpretazioni che cambiano a seconda della convenienza politica del momento.
Ed è proprio qui che la cornice della Festa dell’Amicizia rende la contraddizione ancora più evidente.

Se parliamo di democrazia, partecipazione e futuro della Repubblica, non possiamo considerare già scritto il capitolo del “dopo” e relegare i cittadini al ruolo di spettatori.

Prima del “dopo” viene il diritto di scegliere. Prima del “dopo” viene la Democrazia.

DOMANI – Motus Liberi
Ufficio Stampa

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