DOMANI – Motus Liberi è nettamente contrario all’ipotesi di rinviare a dopo l’applicazione dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea una consultazione popolare sul suo esito.
Il referendum dopo due anni rischia infatti di essere una foglia di fico per legittimare una scelta già compiuta: si procede oggi spediti verso l’Accordo, si affrontano i costi e gli adeguamenti necessari e soltanto dopo si chiede ai cittadini se quella scelta sia stata corretta.
Ma una decisione di questa portata non può essere valutata quando il percorso è già stato intrapreso. Cosa accadrebbe se, dopo due anni, il voto fosse contrario? San Marino dovrebbe affrontare una vera e propria «San Marino exit», con un danno reputazionale enorme per la Repubblica e conseguenze difficilmente prevedibili sul piano internazionale.
Nel frattempo, però, il Paese avrebbe già sostenuto costi significativi e affrontato profondi cambiamenti amministrativi, regolamentari e normativi. La Pubblica Amministrazione si sarebbe già dovuta adeguare, imprese e cittadini avrebbero dovuto già sostenere nuovi oneri e l’intero sistema sammarinese avrebbe già investito risorse ed energie nell’attuazione dell’Accordo. E se poi il percorso dovesse essere rimesso in discussione, chi pagherebbe il conto? I sostenitori di questa proposta? No, figuriamoci. Ovviamente sarebbe a carico della cittadinanza.
Comprendiamo che ci possano essere parti che credano convintamente in questa proposta, tuttavia è impossibile non vedere come essa possa rappresentare la scappatoia perfetta per quelle forze politiche che non vogliono il referendum prima dell’Accordo e che, soprattutto, non vogliono assumersi fino in fondo la responsabilità della scelta.
In sintesi: prima si firmerebbe l’Accordo, poi, dopo due anni, si chiederebbe ai cittadini di esprimersi quando il voto sarebbe inevitabilmente condizionato dalla consapevolezza che «ormai non si può più tornare indietro» e, alla fine, si scaricherebbe sulla volontà popolare la responsabilità di una scelta che la politica avrebbe già compiuto.
Noi non vogliamo un referendum fondato sugli slogan. Vogliamo un referendum fondato sulla consapevolezza. Se servono cinque o sei mesi in più per fornire ai cittadini tutti gli elementi necessari – analisi d’impatto, costi di adeguamento, opportunità, criticità e progetto di sviluppo del Paese – quei mesi sono tempo ben speso. Solo così ogni cittadino sammarinese potrebbe esprimere un voto davvero libero, informato e responsabile.
Il confronto deve rimanere ancorato alla realtà e alle conseguenze concrete dell’Accordo. Non si può dire «oggi entriamo e poi, tra due anni, vediamo come è andata». Perché nel frattempo San Marino sarebbe già cambiata, avrebbe già sostenuto costi rilevanti e avrebbe assunto impegni difficilmente reversibili.
Il referendum deve essere prima: prima di entrare, prima di sostenere i costi, prima di modificare il nostro ordinamento. La parola ai cittadini deve arrivare quando la loro scelta può ancora determinare il futuro della Repubblica, non quando rischia soltanto di misurare il costo di una decisione già presa.
DOMANI – Motus Liberi
Ufficio Stampa
